Ieri è arrivata la telefonata dalla libreria Altroquando. Sono arrivati i libri. Solo due, per ora. A me interessava soprattutto quello che ha scritto lei. Quando qualcuno che conosci scrive un libro, beh, corri a comprarlo, se non te l’ha già regalato… Così sono corsa in libreria, dovevo solo attraversare il ponte, costeggiare piazza Navona, e ritirare le piccole creature. Ora comincio a scrivere al singolare, perché parlerò solo del libro numero 1. Piccolo formato, copertina grigia, con sopra incollato un quadrato bianco a righe numerate, da 1 a 9. Sulla riga, accanto al numero 1, c’è il titolo: Vedrai vedrai, come la canzone di Tenco. Un titolo che prima non c’era. E adesso c’è, grazie alle tre coraggiose fondatrici della Untitil.Ed.
Sbrigate le formalità di pagamento, sono uscita, ho tirato fuori il libro dalla busta, e l’ho aperto. Sul frontespizio c’è il nome dell’autrice, il nome vero, quello che io conosco da tanto tempo. Alessandra Galetta. Sono andata subito a vedere la dedica (ne avevo scritto qualche giorno fa, della mia passione per le dediche), immaginando di vedere altri nomi familiari, che so, quelli dei figli, o del marito. Invece, tra un elenco di nomi di bloggers, reali o nic, ti vedo il mio. Beh, sembra una cosa scema, mi sono commossa. Poi ho pensato che forse non ero io. Lei mi ha confermato che non era la mia omonima cantante… Poi ho letto il libro. In più riprese, aspettando che Lula uscisse da scuola, nell’ora di danza, la sera fino a tardi. Stamattina non volevo lasciarlo a casa, me lo sono portato in ufficio. Una cosa che non avevo mai fatto. Tra le pile di libri accatastati sulla scrivania avevo fatto posto a quel delicato libricino. Catalogavo un paio di libri, e poi mi prendevo una pausa per leggere un po’. Fino all’ultimo racconto Righe di velluto. Quello di cui avevo letto la prima versione. Non sapevo che l’avrei trovato qui. C’era qualcosa che non mi convinceva, che non convinceva neanche lei. Ne parlammo passeggiando in un bosco vicino casa sua, in Olanda. Quei dubbi sono stati brillantemente risolti. E quel racconto, come gli altri tre, si legge tutto d’un fiato. Sono storie dure, personaggi qualsiasi che si dibattono per liberarsi dalla condanna di quelle esistenze banali, che cercano, disperatamente, di sfuggire al vuoto, agli squali feroci, alla malattia, alle ossessioni da cui sono divorati. E sono scritte con uno stile, alla fine inconfondibile, che segue il ritmo teso degli accadimenti, avviluppandosi qua e là nel groviglio di pensieri che ciascun personaggio cerca, a modo suo, di districare.
109 pagine. Da leggere. Anche se non mi fossi trovata lì, tra i dedicati, avrei scritto queste cose. Ma lei lo sa.
