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venerdì, 28 novembre 2008

IL BLOG COME TERAPIA COMPLEMENTARE

"Mi ha parlato del tuo blog il dottor Zeta, il mio oncologo"

Beh, leggere queste parole mi ha fatto un certo effetto, forse perché è la prima volta che scopro di essere diventata una specie di terapia complementare alle preziose cure di Zeta.

Proprio in questi giorni, andando a ripescare tutto quello che era sfuggito al blog semplicemente perché ancora non l'avevo aperto, mi sono accorta che durante la prima battaglia scrivevo poco e niente, anche se avevo un quadernino dove vomitavo qua e là un po' di sfoghi. Allora ho avuto più chiara la percezione dell'importanza che ha avuto raccontare tutto qui, elaborando giorno per giorno il "lutto della malattia", trasformando in vita quotidiana ciò che tradizionalmente e culturalmente costituisce una zona d'ombra indicibile e invalicabile, la fine della normalità e l'inizio di un percorso accidentato e gravato dalla paura e dal silenzio.


scritto da: giorgi alle ore 16:39 | link | commenti (7)
categorie: blog, cancro, nella battaglia, amiche di battaglia

Commenti
#1   28 Novembre 2008 - 17:44
 
E' una gran terapia il blog, l'ho scoperto pure io, tardi, ma l'ho scoperto e da allora la vita è cambiata un po' in meglio
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#2   29 Novembre 2008 - 08:46
 
Come ti capisco, anche io non ho scritto quasi nulla quando sono stata più male perché avevo cambiato casa e non avevo internet e ancora non c'erano le chiavette USB x internet.
Ma poi ho ripreso a scrivere, ed è bellissimo...
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#3   29 Novembre 2008 - 11:20
 
non so come ho scoperto il tuo blog però mi piace ciao pina
utente anonimo

#4   29 Novembre 2008 - 21:48
 
E' il parlarne, Giorgia, hai ragione , trasformare in vita quotidiana quello che per la maggior parte della gente è solo un sussurro scomodo. Io lo trovo difficile forse perchè l'ascolto è raro, quello vero, quello che riesce a comprenderti nel senso proprio di prenderti a sè. Ci vuole amore ma anche un pò di palle. La rimozione e la fuga, non so, forse anche giustamente,sono uno sport quotidianamente praticato dagli "altri". Un abbraccio. C.
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#5   30 Novembre 2008 - 12:30
 
Il dolore parla, dice Kirkegaard. Il suo pensiero va al dolore esistenziale, a quella variabile che frantuma l'idea di normalità come condizione se non felice rassicurante. Essere toccati dalla morte comunque è possibile al di là della malattia. Sono meravigliosamente malato, diceva Majakovskij, poi morto suicida. Scusate il ricorso alla citazione ma credo sia l'unico modo per rendere onore a uomini e donne che son stati grandi nel senso che hanno cercato di dare un senso alla loro vita. Poco tempo fa mi ha addolorato la scomparsa di Andrè Groz, l'autore di "Addio al proletariato" e la moglie, morti suicidi perché non più capaci di "procrastinare" la vita. Ecco, questa paura di mancare la vita in ogni sua forma, mi tiene alla larga da quella che Carlo Michaelsteadter chiamava "inadeguata affermazione d'individualità". Non voglio con ogni mia fibra che "aver avuto" un cancro diventi il mio modo di stare al mondo. E allora mi stupisco della vita, di come per esempio noi umani si funzioni senza "la spina". Mi meraviglio del respirare.
Un abbraccio a pitone
Monica
utente anonimo

#6   30 Novembre 2008 - 20:55
 
Dopo le vostre parole che altro dire? Forse che un po' dobbiamo sentirci fortunate/i ad avere questo mezzo straordinario per raccontare e raccontarci, per smettere di sentirci in terra di nessuno. Abbraccio grande a tutte le amiche di battaglia
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#7   05 Dicembre 2008 - 16:37
 
Mi ero persa il post...sottoscrivo tutto, ovviamente! Buon ponte.
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Commenti