"Guarda, vieni a forografare il desktop del computer", mi ha chiesto Zeta con un sorrisetto quando ho tirato fuori la macchina fotografica.
Eccolo lì, il faccione del ministro che sarebbe scappato dal San Giacomo se ce l'avessero portato in barella. Una specie di esercizio zen, connesso ad uno dei quadretti alla parete, quello con l'ideogramma del Do (Tao) e l'altro con quello del guerriero, mi pare.
Come al solito abbiamo avuto poco tempo per parlare, stretti tra la giornalista dell'Unità che lo stava intervistando e il sit-in alla Rai. A dicembre dovrò fare una tac, oltre alle solite cose, e la sensazione, confermata anche dall'infuocato incontro notturno con Marrazzo (che è stato costretto ad andare a parlare con personale e pazienti) è che forse non sarà stata l'ultima visita, perchè ormai una proroga sembra inevitabile. Però, mi ha raccontato stamattina Zeta al telefono, il Presidente/Commissario sembra irremovibile nella sua decisione. Sui tempi gioca allo scaricabarile col governo, si è scusato per non essere andato prima a parlare con loro, scommette sulla bontà del proprio progetto, ribadisce che la struttura potrebbe essere utilizzata per gli anziani.
"Se la proroga significa prolungare l'agonia io preferisco andarmene subito", mi ha detto Zeta, sconfortato. "Così è un inferno."
E sempre ieri, davanti alla Rai, un'istologa mi ha raccontato che lei e i due suoi colleghi andranno al Santo Spirito, dove non sanno proprio dove metterli né come utilizzarli. "Al San Giacomo invece lavoriamo a stretto contatto con gli altri reparti, interagiamo gli uni con gli altri." 
E' un po' quello che dice continuamente Zeta: stanno smembrando una comunità. E poi, aveva spiegato alla giornalista dell'Unità, tutti parlano di umanizzazione della medicina. Qui la pratichiamo davvero, qui non ci sono liste di attesa per fare la chemio, qui non sei palleggiato da un medico a un altro come accade nei grandi ospedali, qui si instaura sul serio un rapporto medico-paziente.
"Lei teme per il proseguimento delle sue cure?" Si era rivolta a me la giovane giornalista.
"Ora non mi sto curando, mi sto controllando" le ho spiegato facendo gli scongiuri. "Temo per la qualità delle cure degli altri, per le inevitabili difficoltà che incontreranno almeno nei prossimi mesi. Temo perché si vuole far passare per razionalizzazione della spesa sanitaria un'operazione che peggiora enormemente la qualità dell'assistenza sanitaria."
La stanza spoglia piena di scatoloni, i corridoi blu con i divani per l'attesa in tinta, una famiglia di extracomunitari aspettava davanti alla stanza del dottor A, l'ematologo, mi sembrava tutto scandalosamente triste.
Anna,
la caposala, mi ha detto che era arrivata la convocazione per presentarsi il 3 novembre al Nuovo Regina Margherita.
Giù, nel cortile, il solito fermento e qualche speranza in più, anche dopo la conferenza stampa del mattino con la lettura della traduzione del testamento. Sono passati quattrocento anni e secondo Marrazzo vale come carta straccia...

Le ambulanze dormienti...
