E’ da tempo che mi arrovello su cosa scrivere a proposito di attacco alla legge 194, dalla follia della “moratoria sull’aborto” al documento dei medici sui feti prematuri. Mi sentivo afona, un po’ come molte altre donne. In giro nei blog che leggo forse ho letto più interventi indignati da parte di uomini che di donne, quasi a riequilibrare il peso maschile degli attacchi. Ma quello che è successo a Napoli, il blitz della polizia dentro l’ospedale dove una donna era stata appena sottoposta ad aborto terapeutico, mi ha fatto venir voglia di urlare. Una denuncia anonima. Una denuncia anonima del cazzo ha fatto sì che una donna sia stata costretta a vivere un secondo dramma, subendo un interrogatorio quando ancora era sotto l’effetto dell’anestesia. Questo è il risultato della campagna scellerata di Ferrara, Vaticano e co.
Io ho due amiche che hanno dovuto sottoporsi ad un aborto terapeutico, e so che impatto devastante ha avuto sulla loro vita. Nessuno dice o spiega che l’aborto terapeutico è un parto vero e proprio, con induzione delle contrazioni, contrazioni, dolore, dolore, dolore. Che solo pochissimi ginecologi illuminati preferiscono praticare un cesareo con anestesia totale, evitando così alla donna l’orribile “partecipazione” all’evento abortivo. Una delle due amiche infatti è riuscita a trovare quel ginecologo, che dopo l’ha seguita nella sua successiva (e fortunatamente felice) gravidanza, sottoponendola però non più all’amniocentesi, che diagnostica troppo tardi le eventuali patologie e malformazioni, ma al prelievo dei villi coriali, che si può effettuare molto prima, quando, se sciaguratamente si dovesse interrompere la gravidanza, questa sarebbe comunque allo stadio iniziale. Con evidenti benefici fisici e psicologici per la donna. L’altra amica invece mi ha raccontato sconvolta lo strazio del parto con cui è stato espulso dal suo corpo un esserino malformato, mi ha raccontato di essere stata trattata male, e di aver sofferto come un cane per essere stata ricoverata accanto a mamme felici (com’era stata lei col primo figlio) di neonati sani. La cultura della colpevolizzazione verso la donna che abortisce è sempre piuttosto diffusa, e ha impedito che le nuove tecniche di diagnosi prenatale venissero diffuse e applicate ovunque, sperando di scoraggiare gli aborti terapeutici oppure punendo doppiamente, con la sofferenza fisica del parto, la donna che osa opporsi al “dono” di un dio che se è così crudele non si capisce proprio perché lo si debba amare e venerare.
Spero che la donna di Napoli abbia la forza di sporgere denuncia per quello che ha subito, e che tutti i responsabili di questa storia la paghino.
Ora basta. Davvero adesso non posso stare a guardare e a soffrire in silenzio per tutte noi.
AGGIORNAMENTO: SI SCENDE IN PIAZZA, A ROMA E IN ALTRE CITTA'
