Poco fa ho finito di leggere Nessuno a cui parlare di Cecilia Deni, autrice come Capsicum di un blog dove racconta molto della sua esperienza di medico ospedaliero di base. Quando avevo cominciato a leggerlo (il blog, non il libro), qualche mese fa, ero incuriosita da questa dottoressa che scriveva nel verso opposto al mio. Lei da medico, e io da paziente. Io che facevo dettagliati resoconti delle mie visite con il dottor Zeta, dei piani di battaglia per estirpare mostri dal mio fegatuccio, di operazioni e cicatrici, di chemio, tac, ecografie, eccetera eccetera. Lei che invece raccontava la durezza, il dolore, e l’amore pure, certo, del lavoro di curare i malati. In certe sue invettive riconoscevo certi sfoghi di Zeta, comuni forse a tutti i medici che fanno quel mestiere con coscienza, e che portano il peso del dolore che devono alleviare, schiantati quasi dal contatto quotidiano con la sofferenza provocata dalle bizzarrìe crudeli del corpo, dalla frequentazione orrendamente assidua con la morte.
Il libro non si racconta, costruito tra IN e OUT, l’intimo tentativo di parlare a qualcuno della propria infelicità e il lavoro di ogni giorno per eliminare l’infelicità dagli altri. E’ un libro che si legge, e io lo farò leggere a Zeta, che tra poco tornerà dal Texas (anche l’anno scorso era andato lì, al congresso degli oncologi americani, l’Asco). Quando torna dovremo parlare, io e lui, di un progetto che gli ho accennato per raccontare meglio che tipo di rapporto dovrebbe crearsi tra il medico e il paziente. Soprattutto quando si ha a che fare con certe malattie, che non se ne vanno solo con un paio di aspirine o qualche granulo di Belladonna (per par condicio…) Perché quando il medico fa il medico freddo e distaccato e il paziente fa il paziente spaventato e catatonico ci scommetto che sia l’uno che l’altro cominciano a piegarsi sotto il peso di quel ruolo (chi sta peggio? Inutile dirlo…) e la malattia riesce a farla franca.
Ma questo è un altro discorso, e io non sono riuscita a scrivere molto del libro, perché – ma quante volte l’ho scritto? – io a fare le recensioni non sono capace.
